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La pensione no, eh?

“Fino a qualche tempo fa per definire un tipo bizzarro e “con la puzza sotto il naso” rispetto alle mode e ai comportamenti altrui si usava la parola snob. Non c’era altro modo e altro termine. (…)  Lo snob una sua nobiltà l’aveva: disprezzava l’uomo medio, la cultura tradizionale, i luoghi comuni, l’oleografia del passato. Disprezzava anche i buoni sentimenti o comunque li metteva in gioco. Spesso gli artisti erano definiti snob quando rompevano le regole del consueto. Quello che fu marcato con questo termine con maggiore insistenza degli altri fu Oscar Wilde, un po’ per il suo modo di pensare e di scrivere e molto per la sua dichiarata e ostentata omosessualità che gli costò la prigione e l’esilio. Ma anche Dalí, anche Ravel, i surrealisti e molte “avanguardie” furono giudicati esempi di snobismo e perfino Proust, “lo sciocchino del Ritz”.

Durante il fascismo e la sua cultura muscolare i giornali satirici descrivevano lo snob come un gentleman passatista con le ghette sulle scarpe e il monocolo all’occhio. Adesso però quella definizione è stata sostituita da un’altra: non si dice più snob ma invece radical-chic. Non è un sinonimo, c’è qualche cosa in più ed è una dimensione politica: il radical-chic è di sinistra. Di una certa sinistra. Per guadagnarsi quella definizione deve stupire e spiazzare anzitutto la vera sinistra che, per antica definizione, si identifica con l’ideologia marxista. Togliatti – tanto per dire – non è mai stato neppure lontanamente considerato un radical-chic né Berlinguer, né Amendola o Ingrao. Bertinotti? Lui sì, gli piacciono i salotti, gli piacciono i pullover di cashmere (…). Ma i veri radical-chic sono gli amici e i consimili di Camilla Cederna. Dunque stiamo parlando di noi, che fondammo questo giornale 57 anni fa e ne facemmo quello che è ancora oggi, un giornale di ricerca costante della verità, di denuncia delle brutture e delle malformazioni del malgoverno, di difesa dell’etica pubblica e di impegno civile. Accoppiando però, nel linguaggio, nella grafica, nella scelta delle fotografie, una vena di ironia e di autoironia, una leggerezza di stile che nulla doveva avere del sermone da sacrestia. Vedi caso: il partito radicale nacque nelle stanze del “Mondo” e de “l’Espresso” nel 1956, visse sei anni e si sfasciò nel ’62. Marco Pannella e i suoi amici, che ne facevano parte, decisero di continuare con lo stesso “logo” del cappello frigio, dandogli però un contenuto più libertario che liberale. I radical-chic sono una definizione coniata dalla destra populista e qualunquista che però ha trovato qualche corrispondenza anche nel marxismo ufficiale. Quando il gruppo de “Il Manifesto” fu espulso dal Pci, c’era contro di loro una vaga ma percepibile aura di puritanesimo luterano contro un’eterodossia che irrideva gli schemi ideologici e amava Lichtenstein, la musica di Schönberg e perfino – perfino – i salotti. Non erano affatto radical-chic quelli del “Manifesto” ma tali li considerò la segreteria del Pci che li buttò fuori.

Quanto a cultura i radical-chic sono illuministi e voltairiani, tra i loro personaggi di culto campeggiano Einstein, Keynes e Roosevelt. La definizione di radical-chic all’inizio gli sembrò insultante ma adesso se ne sentono onorati vista la sponda da dove proviene.”

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ebbene-si-siamo-radical-chic/2178199/18 – Scalfari E.

yes, that’s Radical Shit baby

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