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BRAIL

La “riforma” del MiBACT. Più potere ai burocrati
Vittorio Emiliani
L’Unità 7/2/2014

“Doveva essere la vittoria, o la rivincita, delle ragioni “patrimoniali” di vita del Ministero nato con Spadolini, e cioè dell’arte, dell’archeologia, dei musei, dei centri storici, del paesaggio. Invece, con questa “riforma” che il ministro Massimo Bray trae (non si sa quanto) dal lavoro di due elette commissioni portandola oggi in Consiglio dei ministri, sembra di assistere alla definitiva vittoria della burocrazia centrale. L’esatto contrario del Ministero “diverso”, formato soprattutto da tecnici, pensato all’origine.

Uno dei motivi di critica al MiBACT uscito dalle cure poco amorevoli di tanti ministri dell’ultimo ventennio si fondava sul gran testone delle direzioni generali, centrali e regionali, poggiato sul corpo sempre più gracile degli organismi tecnico-scientifici che fanno la tutela sul campo, fra mille e mille difficoltà. Il testo di questo ennesimo riassetto, partendo dalla “revisione della spesa” (chiamiamola così, per favore), taglia davvero un bel po’ di quel testone? No. Non taglia soprattutto al centro. Taglia un po’ a livello di regioni accorpando alcune direzioni regionali e facendo scendere il totale generale da 29 a 24. Con una riduzione della spesa dirigenziale che riguarderà il cuore romano del MiBACT soltanto per la miseria di un 13 % scarso. Il restante 87 % abbondante sarà ricavato calando la scure sulla periferia: per il 49, 3 % nel solo Sud, per il 24,6 del Centro e per il 26,1 nel Nord.

Perché? Ma perché a Roma il testone rimarrà praticamente intatto e sarà anche più confuso. In questi dieci anni le risorse destinate alla tutela sono state praticamente dimezzate? Nello stesso periodo i dipendenti sono scesi da 22.000 a poco più di 19.000 con alcuni direttori di musei statali (la GNAM a Roma, per esempio) costretti a fungere anche da custodi pur di tenere aperte al pubblico le loro collezioni? Dunque creiamo, oltre al segretario generale, un ufficio centrale per la pianificazione e poi una direzione generale per l’innovazione, un’altra per l’organizzazione e le risorse umane e una quarta per il bilancio e i contratti, mentre accorpiamo invece in una sola macro-direzione “le patrimoine”, il patrimonio, cioè la vera risorsa, la materia prima, il “nostro petrolio” come lo chiama una certa sciocca enfasi valorizzatrice. La storia dell’arte, cioè quella che Carlo Ludovico Ragghianti chiamò la società Giotto, Michelangelo, Raffaello e C., è sparita da quel dì al Collegio Romano. Adesso sparisce pure la società fondata millenni fa da Italici, Etruschi, Celti, Magnogreci, Romani e C., La direzione generale per l’archeologia creata nel 1875, la prima in assoluto, non c’è più. E il paesaggio, anzi i paesaggi celebrati del Belpaese? Tutto accorpato in una sola Direzione generale. Ma sì, tanto sono marginali, via.

Tanto marginali che l’arte e l’architettura contemporanea vengono assegnate alla direzione generale per lo Spettacolo dal vivo. Come se fossero forme effimere, stagionali, puramente spettacolari, chissà. Affidate alle logiche dello spettacolo che sono decisamente diverse, in ogni senso. O come se lo spettacolo fosse una sorta di magazzino trovarobe in cui stoccare di tutto un po’. I beni archivistici invece si salvano dall’unificazione con le biblioteche, e meno male.
La permanenza delle Direzioni generali regionali creerebbe alcuni guai a livello regionale, se – come ha adombrato ieri su questo giornale, in una incisiva anticipazione, Luca Del Fra – “il paesaggio resta alle direzioni regionali” (spesso più acquiescenti verso i poteri locali), mentre i beni culturali vanno alle Soprintendenze le quali però “dipendono sempre alle direzioni regionali”. Alcuni esperti avevano proposto di eliminare la bardatura delle Direzioni generali regionali e di restituire così razionalità ai passaggi burocratici e pienezza di poteri alle Soprintendenze. Le quali, specie quelle ai Beni architettonici, alle prese con milioni di pratiche edilizie e urbanistiche, hanno bisogno di tecnici come il pane (che non hanno). Pensate che ogni tecnico di Soprintendenza, nei circa duecento giorni lavorativi, dovrebbe esaminare in media 5-6 pratiche piuttosto complesse al giorno e fornire il proprio motivato parere. Ma vi sono Soprintendenze ai Beni architettonici dove la mole di lavoro è enorme e enorme è il discredito che ricade sull’Amministrazione dello Stato per la lentezza del suo funzionamento: pensate che – secondo l’allora segretario generale del MiBAC, arch. Roberto Cecchi – alla Soprintendenza di Milano ogni architetto dovrebbe esaminare, se ben ricordo, 79 pratiche al giorno…E i veri problemi, come i piani paesaggistici da co-pianificare fra Stato e Regioni dove sono finiti? Silenzio. E i servizi aggiuntivi museali prorogati, illegalmente, da quattro anni? Ma per favore, un po’ di silenzio.

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